Lucky Dube (Ermelo, 3 agosto 1964- Johannesburg, 18 ottobre
2007)
Lucky Dube Muove i suoi primi passi, suonando in un gruppo vocale chiamato "The Skyway
Band", per poi intraprendere una carriera da solista durata 25 anni, che
ha portato alla pubblicazione di 22 album cantati in lingua zulu, inglese e
afrikaans(lingua "miscuglio" prevalentemente parlata in sud africa).
È stato ucciso a Rosettenville, un sobborgo di Johannesburg, durante un
tentativo di furto della sua auto. In Sud Africa gruppi estremisti sostengono, che in realtà sia stato eliminato
da elìte filo nazista, per la sua musica portatrice di un forte messaggio di pace e non
violenza.
Cresciuto dalla madre Sarah.
Venne chiamato Lucky(fortunato) poiché la madre ripetutamente non era riuscita
a procreare, per aiutare la madre e la nonna sin da giovane si impegna
lavorando come giardiniere occasionale, ma avendo realizzato che non sbarcherà
mai il lunario inizia a pensare ad una soluzione. Ed è grazie al coro della
chiesa che scopre il suo invidiabile talento. L'apartheid è un terreno fertile
per le sue idee rivoluzionarie, A 18 anni è già un musicista, e lentamente si
avvicina al genere reggae, con testi dai quali emerge uno spiccato senso
altruistico della società. Inizia su consiglio del suo caro amico Dave Segal, il suo sound engineer (direttore del suono).
Dube è un artista "visionario" , con in testa
un'ideale d'amore fraterno. La sua musica ha spaziato dal genere puramente
africano al reggae. Sensibile alle problematiche del mondo, tutt'ora è fonte di
ispirazione per milioni di persone in tutto il globo, che ha appreso
tristemente la notizia della sua morte.
IL suo stile era invidiato dagli stessi jamaicani detentori del titolo di
reggae country.
Abbiamo imparato a volare come gli uccelli, a nuotare come i
pesci, ma non abbiamo imparato l'arte di vivere come fratelli. ( Martin Luther
King )
Secondo i pitagorici nell’universo si manifesta un ordine armonico,buono E bello,regolato dalla giusta misura e dall’equilibrata proporzione tra i suoi elementi. Pare infatti che i pitagorici siano stati i primi a chiamare l’universo con il termine cosmo, che in greco significa “ordine”. Ora,il segnale più evidente dell’ordinata bontà e bellezza che permeano l’universo, è dato appunto,per i pitagorici,dalle leggi di combinazione tra i numeri,e più precisamente dai rapporti di proporzione che si possono istaurare tra di loro. E’ infatti tipico della mentalità dei Greci da un lato vedere una stretta connessione tra il “Buono”e il “Bello”,dall’altro definire il bello senza chiamare in causa il sentimento soggettivo di piacere,ma solo ben precisi rapporti armonici”Dunque matematici” inerenti alle cose stesse. Quanto detto è riscontrabile non solo nell’astronomia,ma anche nella musica,dove il nesso tra le belle armonie e i rapporti numerici è per i pitagorici molto evidente: è possibile,infatti,ricavare dagli strumenti dei suoni gradevoli “cioè armoniosi”. I Pitagorici arrivarono persino a sostenere che i movimenti irregolari degli astri dovevano anch’essi necessariamente produrre una musica “la cosiddetta armonia delle sfere” che però gli uomini non riescono a percepire “o per abitudine,o perché di tono troppo elevato”.
La terra dell'oblio
Come la luna che illumina
di notte i cammini
come le foglie al vento
come il sole spaventa il freddo
come la terra la pioggia,
come il mare aspetta il fiume
così aspetto il tuo ritorno
alla terra dell'oblio
come naufragano le mie paure
se navigo nel tuo sguardo
come allerti i miei sensi
con la tua voce innamorata
con il tuo sorriso di bambina
come mi muovi l'anima
come mi togli il sonno
come mi rubi la calma
tu hai le chiavi del mio cuore
io ti amo
più della mia vita perché senza il tuo amore
muoio
tu hai le chiavi del mio cuore
io ti amo
più della mia vita perché senza il tuo amore
muoio
Come la luna che illumina
di notte i cammini
come le foglie al vento
come il sole spaventa il freddo
come la terra la pioggia,
come il mare aspetta il fiume
così aspetto il tuo ritorno
alla terra dell'oblio
tu hai le chiavi del mio cuore
io ti amo
più della mia vita perché senza il tuo amore
muoio
muoio
muoio
muoio
tu hai le chiavi del mio cuore
io ti amo
più della mia vita perché senza il tuo amore
muoio
tu hai le chiavi del mio cuore
io ti amo
più della mia vita perché senza il tuo amore
muoio
muoio
muoio
muoio
Partiamo da
un presupposto ben preciso, che determinal’accordata di rime e il continuo susseguirsi di armonie che questi
produce,che non segue regole strutturali,ben precise,ma determina il suono che
si viene a creare tra rime e pensieri che sfociano in un testo che trasmette in
modo chiaro ed univoco il suo messaggio. Clementino è uno nato rapper,uno che
la prima parola l’ha detta reppando. Il suo modus facenti è sostenuto espressamente
dalla teatralità del suo linguaggio tipico del sud, appropriato
a trattare argomenti che bruciano negli occhi degli italiani e lui lo fa con
gran stile ed eleganza. Ritratta in modo chiaro il divertimento in “Toxico”
delucida in modo chiaro la sottile differenza che determina un’ azione volta a non provocare danno ad alcuno nemmeno ase stessi,ma che porta gli altri a classificarti in una cerchia che non
ti appartiene.
Riflessioni
Si nota subito quando si sta di fronte ad un pezzo importante, non solo per l’originalità del testo, che vede una rivisitazione del testo di Celentano, con strofe aggiunte e reppate, dando una nuova veste alla canzone ,e vedendo il festival di Sanremo sotto una luce più rinnovata, ed adatta ad un pubblico giovanile. La realtà e la consapevolezza di affrontare argomenti, che siano cause di ampie discussioni da parte dei media ,mette fine con l’arrivo sul palco di tre grandi artisti,non conosciuti da tutti perché non fanno parte di una musica, che si sta commercializzando un po’ da per tutto fino a travolgere alcuni artisti, a modificare il loro genere musicale adattandolo ad un commercio più vasto,il loro intervento al festival, si potrebbe vedere come l’incontro, di quello che c’è in ognuno di noi e che si esprime grazie alla musica.
Playing for change
Playing for Change è un supergruppo musicale formato essenzialmente da artisti di strada di varie etnie, nato comeprogetto multimediale per opera del produttore discografico statunitense ed ingegnere del suono Mark Johnson, delTimeless Media Group, e di Enzo Buono.
Con lo stesso nome Playing for Change Foundation (letteralmente: Suonare – ma anche recitare, agire – per un cambiamento) è stata fondata una organizzazione non a scopo di lucro – la Playing for Change Foundation – cui è demandato il compito di edificare scuole di musica destinate all'infanzia nei luoghi più disparati del mondo. Il progetto è orientato a sostenere in maniera particolare realtà del terzo mondo.
Playing for Change ha avuto inizio come progetto nel 2004: lo scopo dichiarato era quello – secondo gli intendimenti degli organizzatori – «di ispirare e mettere in collegamento musicisti per portare un messaggio di pace nel mondo attraverso la musica»'. Per fare ciò i fondatori si sono recati in diversi Paesi molto distanti l'uno dall'altro del globo terrestre, come Stati Uniti, Spagna, Sudafrica, India, Nepal, Medioriente, Irlanda (per l'Italia, a Livorno sono stati registrati interventi di Roberto Lutialla chitarra resofonica, Simone Luti al basso e a Pisa sono state effettuate incisioni di Stefano Tomaselli al sassofono).
Servendosi di un'apparecchiatura mobile che funzionasse da studio di registrazione, i due hanno registrato sul posto le performance di musicisti che eseguivano una medesima canzone, interpretata nel proprio personale stile.
Fra le guest star che hanno partecipato al progetto, o che sono stati in qualche modo coinvolti in esso, figurano Vusi Mahlasela, Louis Mhlanga, Clarence Bekker, Tal Ben Ari(Tula), Bono, Keb' Mo', David Broza, Stephen Robert Nesta Marley, Manu Chao e Grandpa Elliott.
Il repertorio del gruppo è vasto e varia dalla musica blues, al soul, al pop, al classico rock and roll, con brani di autori affermati come Bob Dylan, Bob Marley, Ben E. King,Tracy Chapman.
Il loro successo maggiore è Stand by Me, lo standard del rock and roll di Ben E. King e del duo Jerry Leiber e Mike Stoller, già portato al successo da vari artisti.
Il brano è stato il primo singolo del gruppo ed ha preso le mosse da un artista di strada a Santa Monica (California), Roger Ridley (Poi deceduto). Sulla base dell'interpretazione di questo artista, Johnson e Buono hanno iniziato un viaggio attraverso il mondo registrando gli interventi e le esecuzioni di più e più artisti. Tutte le diverse interpretazioni sono state poi sottoposte a missaggio in un pasticcio finale.[1]
Il videoclip di "Stand by Me" ha avuto risonanza e popolarità come fenomeno di internet sia attraverso il sito ufficiale del gruppo sia attraverso YouTube, dove ha registrato oltre trenta milioni di contatti).
L'attività musicale di Playing for Change è riassunta in una compilation su CD/DVD intitolata Playing For Change: Songs Around the World e distribuita nel 2009 su etichettaConcord Music Group.
Il CD consta di dieci canzoni mentre il DVD ha sette tracce, inclusa la versione video di cinque canzoni che compaiono sul CD, più un video intitolato "The Playing for Change Foundation" che illustra l'attività della Fondazione. Il DVD contiene anche un film documentario di tre minuti intitolato Peace Through Music (La Pace attraverso la Musica).
A ottobre 2009 è stato distribuito su DVD un ulteriore documentario di 83 minuti su DVD sempre dal titolo Peace Through Music, diretto da Mark Johnson e Jonathan Walls. Il documentario è stato girato durante il viaggio della troupe di Playing for Change attraverso il mondo e al materiale originale sono stati aggiunti spezzoni di intervista e delleperformance musicali dei vari artisti.
Nel 2010 è stato pubblicato un secondo album – l'album dal vivo Playing for Change Live – che vede riuniti tutti insieme sulla scena diversi artisti provenienti da varie parti del mondo.
Il sito web di Playing For Change ha reso possibile, sia pure limitatamente all'area statunitense, l'acquisto via download e in formato MP3 dei brani prodotti dal supergruppo, mentre da aprile 2009 l'album discografico è distribuito anche su iTunes.
La gialla
luna piena non uscirà a fare la sua parte
Ho detto
che l'oscurità ha oscurato la mia luce
E la mia
giornata è divenuta notte
Dove si
può trovare l'amore
Qualcuno
me lo dirà?
Poiché la
vita deve essere altrove
E non in
una giungla d'asfalto
Dove
vivere è più difficile
Giungla
d'asfalto
Uomo,
devi fare del tuo meglio
Non ho
catene alle caviglie
Ma non
sono libero
So di
essere tenuto in cattività
Sì - non
ho mai conosciuto la felicità
Non ho
mai saputo cosa sia la tenerezza
Malgrado
tutto - riderò sempre
Come un
clown
Nessuno
mi aiuterà perché
Devo
risollevarmi da solo
Dal
terreno
In questa
giungla d'asfalto
Ho detto, ora cos'altro hai in serbo per me?
Ah, giungla d'asfalto, ora mi lascerai vivere?
Concrete jungle
In questo testo si rammenta la continua tirannia, a vivere in una società al limite del surreale ,dove non c’è modo di rapportarsi con nulla, dove ci sono solo costrizioni e vincoli da mantenere. Una crescente sete di denaro ci pervade, senza lasciarsi intravedere una forma d’amore ormai scomparsa dalle nostre menti.Il continuo susseguirsi di avvenimenti, che portano la nostra Personalità,a confrontarsi con idee che limitano la nostra creatività, a realizzare qualcosa di unico, è frenata da un eccessivo controllo, che determina la nostra forma originaria di pensatori, la cui voce ,fuori dal gregge, riecheggia come richiamo alla libertà. E’ come se la vita intesa come percorso da attraversare per raggiungere un traguardo prefissato, di colpo smetta di esistere ,il giorno diventa notte, le speranze non diventano niente altro che un buio troppo profondo per intravedere un po’ di luce.l’amore incontrastato icona della nostra felicità, viene sostituito da false idolatrici, senza senso, senza gioia ne dolore. In una giungla d’asfalto, dove nessuno ti aiuta, dove sei solo ,non hai catene, ma la tua libertà e limitata, perchè non puoi vivere come vorresti. Non hai mai conosciuto la felicità ,il tuo vivere e una continua lotta, ma nonostante questo tu ridi e vai avanti, è perpetua la tua battaglia,poiché le tue forze, sono le uniche che ti sosterranno.
La ragione nascosta agli occhi della gente ,che non comprende il tuo essere profondamente, diverso in ogni fibra del tuo pensiero, capendo, agendo, secondo un principio base che è allo scopo della tua esistenza.
Essere una voce fuori dal gregge ,che grida il suo pensiero senza aver paura delle conseguenze. Perché chi non si aspetta nulla è davvero libero,libero di esprimersi al di là delle continue ed assurde idee, che limitano la libertà di confrontarsi. Un biglietto sempre a portata di mano, ma ben nascosto, perchè la partenza per gli altri non è vista di buon occhio, una scappatoia da qualcosa che ti deturpa in maniera eccessiva. Allora tu puoi andare con chi vuoi e dove vuoi ,lei saprà trasportarti dove vorrai andare,lontano dal fracasso deturpante dei tuoi problemi ,in quel mondo che tu hai creato e che chiunque come te potrà entrarci. Un mondo fatto di musica e di poesia che grazie a quel biglietto è sempre lì pronto a farti sognare.Un biglietto per un mondo diverso dove tutti gli uomini sono uguali, a prescindere dal colore della pelle o dalla loro religione, dove le ingiustizie vengono punite.Un mondo d’amore ,un amore, dove non tutti comprendono la sua autenticità e preferiscono girare le spalle e andarsene via, perché quel biglietto lì porterebbe troppo lontani dalla loro ipocrisia,allora tu affronti la verità scalzo dalle tue idee vai avanti, per assorbire altre idee, sempre pronto a partire .Un paradiso momentaneo, troppo breve ma abbastanza lungo per pensare la vera ragione della nostra esistenza,perché penso certe volte la solitudine insieme alla musica, riesca ha portarti in un esaltazione dei sensi,dove tu riesca a sentirti parte del intero cosmo, non più un puntino nel mondo ,ma il mondo stesso. Questo io lo scoperto nella musica" raggae". Bob Marley denunciava , i continui soprusi degli americani, riguardante le discriminazioni razziali, che ci portano ad oggi, anche con alpha blondy che denuncia le guerre nella Liberia. La musica riesce a risvegliare l’animo umano, ed a capire che anche se noi vogliamo far finta di nulla, questi problemi esistono, e noi non possiamo più farci da parte e quindi dobbiamo reagire. Una nuova forza di comunicazione, come quando c’era la schiavitù, le persone di colore cantavano,perché attraverso la musica erano liberi di essere unici, anche se considerati come delle bestie, da un gruppo di stolti uomini, e da quella oppressione nasce il jazz ,il gospel ed altri genere musicali, che rendono la nostra vita migliore.Perché quando non sai dove andare, c’è un mondo dove per entrare non hai bisogno di un bel vestito ,dove sei tu essere unico come altri, che vivono senza aver paura di nulla, essere liberi ed incontrastati esseri umani, che esistono seguendo una stella troppo alta, agli occhi offuscati di chi non vede quella luce che simboleggia la verità.
La musica reggae ha sempre avuto una forte vocazione sociale. Sia prima che dopo Bob Marley, le voci del reggae hanno denunciato e raccontato le tensioni, le ingiustizie e le guerre e non solo in Giamaica. In Costa d’Avorio, per esempio, il reggae ha una radicata tradizione.
La Costa d’Avorio, ex colonia francese, ha ottenuto l’indipendenza nel 1960. Tra il 2002 e il 2004 una sanguinosa guerra civile ha sconvolto il Paese. Il 31 ottobre 2010, dopo anni di rinvii, si sono svolte le elezioni presidenziali che hanno visto Alassane Dramane Ouattara contrapporsi di Gbagbo. Ed è stato proprio l’esito di queste elezioni, sfavorevole a Gbagbo, a riaccendere un clima di tensione. Nel periodo più caldo, tra il novembre del 2010 e l’aprile del 2011, il conflitto ha provocato oltre tremila morti e un milione di sfollati.
Scenari difficili, duri, raccontati nel tempo attraverso le voci di artisti che hanno la capacità di muovere le coscienze e di fomentare passioni e differenze che, in un paese in cui coesistono decine di etnie e varie fedi religiose, rappresentano un costante rischio.
Il più popolare è sicuramente Alpha Blondy, veterano del reggae made in Costa D’Avorio, attivo dai primi anni ottanta. Utilizzando sia la lingua francese che quella inglese, Alpha Blondy ha in certi casi anticipato i venti di guerra. Nel 1999, con il brano La Guerre civile, preannunciava un conflitto armato, inevitabile nel caso in cui il nuovo presidente avesse ignorato le richieste di cambiamento del popolo. Alpha Blondy è stato un acceso sostenitore di Gbagbo (come anche Beta Simon e Serge Kassy, altri due artisti reggae), ed ha accusato Outtara di essere responsabile del colpo di stato del 1999 (si pensa che le canzoni di un altro cantante reggae, Fadal Dey, abbiano molto influito sulla decisione di rovesciare Konan Bédié).
Ultimamente l’artista è stato fortemente criticato, dato che con la musica ha sempre denunciato e combattuto il neocolonialismo e l’influenza francese, ma poi nei fatti non si è dimostrato coerente (un episodio su tutti è la sua partecipazione, l’11 maggio 2011, al trentennale dell’elezione di François Mittérand, in Piazza della Bastiglia a Parigi).
Opinione differente ha invece Tiken Jah Fakoly, sostenitore prima di Guillaume Soro e dopo di Outtara alle ultime presidenziali. Tiken Jah, minacciato di morte e per questo costretto all’esilio nel 2003, viene accusato di essere un supporto fondamentale dei ribelli e di aver addirittura finanziato la guerra civile con i suoi concerti. L’artista ha chiesto esplicitamente a Gbagbo di farsi da parte con il brano del 2005 intitolato Quitte le pouvoir. Il messaggio è chiaro: “nessun cambiamento nei vostri comportamenti, malgrado i diversi governi da quarant’anni a questa parte. Potrai passare dei brutti momenti se ci terrai ancora qua a marcire”. Per il suo appoggio a Outtara, non sono mancate anche nei suoi confronti critiche aspre, dato che proprio lui è autore di un altro eloquente brano dal titolo “Francafrique” nel quale canta: “La politica francese in Africa è scherzare e uccidere, la politica americana in Africa è scherzare e uccidere. Ci vendono le armi e mentre noi ci combattiamo ci rubano la nostra ricchezza …. causano la dittatura per affamarci”.
Qualche anno fa è stata molto dura la contrapposizione tra Tiken Jah Fakoly e Serge Kassy, altro esponente del reggae ivoriano. Quest’ultimo accusava Tiken Jah di speculare sulla condizione difficile degli ivoriani per incrementare la propria carriera artistica. Kassy era sostenitore di Gbagbo.
Ma anche tra Alpha Blondy e Tiken Jah Fakoly non c’è mai stata una grande simpatia. Tuttavia, dopo anni di rivalità e recriminazioni attraverso interviste e canzoni, i due musicisti si sono stretti la mano il 28 giugno scorso a Parigi, rendendo visita al nuovo presidente in carica.
Il neo-presidente Outtara e Tiken Jah hanno promosso l’organizzazione di una carovana della pace e della riconciliazione con tutti i musicisti ivoriani, che si svolgerà a cominciare dai luoghi che più di altri sono stati teatro di distruzione e morte durante la guerra civile. Protagonisti di questa iniziativa saranno appunto Apha Blondy, Tiken Jah Fakoly, Serge Kassy, Magic System, Meiway, Aicha Koné e Monique Seka.
L’11 dicembre si terranno in Costa D’avorio le elezioni politiche, e si spera che questo rappresenti l’inizio di un nuovo clima caratterizzato dal dialogo e dalla riconciliazione, anche tra gli artisti reggae che, spesso e volentieri, riescono ad avere un potenziale comunicativo superiore a quello dei politici!
La Giamaica non mostra il suo vero volto,ma bensì lo
maschera con vari slogan,come una pubblicità
ben rivisitata. I Giamaicani sono molto ironici e sanno vedere la vita con una
costante gioia. Ero a Caserta quando ho conosciuto Jose, un giamaicano che
ripeteva sempre “tutto bene”,ma dopo un po’ quel “tutto bene”risultava essere
stonato. In realtà in Giamaica non va niente bene. Jose mi raccontava che in
Giamaica, a fianco a lussuose ville, trovavi
delle catapecchie, fatte di legno e lamiera ,dove dentro abitano persone, che
guadagnano pochi dollari al giorno, meno di quello che un turista paga per una t-shirt di Bob Marley, acquistata durante un tour al mausoleo che gli è stato
dedicato, a Nine Mile. Jose mi disse, che se parlavi con la gente del
posto ,loro avrebbero detto,che la povertà non esiste,per mascherare quel finto
benessere, che deve emergere, per tranquillizzare gli animi verso il turismo. Secondo
l’Unesco circa il 90% della popolazione,
tra i 15 e 24 anni è analfabeta. Andando avanti nel suo racconto Jose mi
raccontava, che il tasso di criminalità è altissimo, però senza toccare i
turisti ,questi scontri provengono da bande per la spartizione del mercato
della droga. Un altro problema è la tutela dell’ambiente,il turismo porta
lavoro ,ma si costruisce dove non si potrebbe, incentivando la deforestazione. Alla
fine domandai al mio amico Jose, se un viaggio in Giamaica,sarebbe stato
gratificante ,E’ lui mi rispose: la Giamaica è straordinariamente bella,ci sono
spiagge e un mare da cartolina, è la cultura si fa sentire ovunque. Il reggae è visto come cultura dominante della
zona. Salutai Jose e lo ringraziai per la nuova conoscenza che aveva regalatomi.
Marcus Mosiah Garvey (1887-1940) fonda nel 1914 in Giamaica la Universal Negro Improvement Association (UNIA), che predica il ritorno dei neri strappati dalla schiavitù al continente africano in Etiopia, unico Stato africano all’epoca – prima dell’occupazione italiana – libero dal colonialismo bianco. Movimento politico, il garveyismo, ha anche accenti religiosi, e sostiene che il Dio della Bibbia deve essere “adorato attraverso gli occhiali dell’Etiopia”. Quando il 2 novembre 1930 Ras Tafari è incoronato imperatore dell’Etiopia con il nome di Hailé Selassié I (1892-1975), alcuni dei seguaci di Garvey in Giamaica attribuiscono all’avvenimento un significato profetico. Dal nome di Ras Tafari nasce un movimento “rastafariano” che considera l’imperatore etiope – senza che questi, apparentemente, ne sappia nulla – una figura messianica, l’incarnazione di Dio stesso vivente sulla Terra.
Rivoluzionario, anti-bianco, ma insieme carico di riferimenti alla Bibbia, il movimento si sviluppa in Giamaica, poi tra la gioventù di colore negli Stati Uniti, Canada, Australia, Nuova Zelanda, Suriname, Europa adottando usanze distintive, come l’abitudine anche per gli uomini di raccogliere i capelli in treccine annodate (dreadlocks) e l’abbondante consumo di allucinogeni (ganja), cui è attribuito un ruolo sacro. Nel 1958 una “Convenzione Universale” organizzata a Kingston rivela che il movimento ha migliaia di seguaci in Giamaica, dove costituisce anche un problema per l’ordine pubblico. Nel 1966 Hailé Selassié visita la Giamaica, accolto da una straordinaria folla adorante: ma non esprime alcun desiderio di prendere la testa del movimento rastafariano. Detronizzato da una rivoluzione comunista, l’imperatore muore nel 1975. I rastafariani non credono alla notizia della sua morte, interpretata come un tentativo di disinformazione da parte dell’uomo bianco, ovvero come l’assunzione di una forma spirituale in cui Hailé Selassié può operare in modo più potente ancora che attraverso un corpo di carne. Un ruolo decisivo alla diffusione mondiale del movimento ha il cantante Bob Marley (1945-1981) attraverso la musica reggae.
Soprattutto in Inghilterra, i rastafariani sono spesso stati protagonisti di tumulti e rivolte: ne sono nate commissioni di inchiesta, che hanno in genere concluso raccomandando maggiore comprensione per la cultura rasta, al di là delle facili criminalizzazioni. Dal punto di vista organizzativo il movimento rastafariano è una costellazione di gruppi indipendenti, molti dei quali (ma non tutti) aderiscono alla Ethiopian World Federation. In Italia i membri del movimento lo hanno conosciuto per lo più attraverso contatti con il mondo della musica reggae, e per la maggior parte vivono in grandi centri urbani.
Negli scritti sacri elaborati dal movimento rastafariano Dio (Jah) è uno “spirito” che pervade tutti gli uomini e si incarna nella storia per guidare il suo popolo attraverso successive reincarnazioni dello stesso messia: Mosè, Davide, Salomone, Gesù Cristo e infine Hailé Selassié. La Bibbia è riletta facendo coincidere i salvati con i neri, Babilonia con il mondo degli uomini bianchi, e la nuova Gerusalemme con l’Etiopia. Il concetto di “neri” è peraltro piuttosto vasto perché comprende, per esempio, i surinamesi (lo stile rastafariano – non sempre la religione – è stato adottato da diversi calciatori olandesi famosi, che sono di origine surinamese), i maori della Nuova Zelanda, gli aborigeni australiani. Tutti questi “neri” sono insieme i discendenti delle “tribù perdute” di Israele e la reincarnazione degli antichi israeliti. Loro compito è riscoprire l’identità nera, frustrata e negata dai bianchi, attraverso una serie di pratiche culturali particolari: l’acconciatura, la musica, alcuni divieti alimentari di radice biblica (come quello della carne di maiale), l’uso della ganja (peraltro limitato agli allucinogeni naturali, con esclusione delle droghe sintetiche), l’adozione di una nuova “afro-lingua”, l’abbigliamento in colori particolari (nero, ma anche rosso, che rappresenta il sangue dei martiri; verde, il colore dell’Etiopia e della ganja; oro, il colore della Giamaica).
Nelle tendenze più estreme non mancano temi anti-bianchi spinti fino al razzismo, per quanto questi si vadano sempre più stemperando in una visione universalista, con l’adozione dello stile rastafariano da parte di sempre più numerosi bianchi. Benché tra i vari gruppi indipendenti esistano sfumature, tutti i rastafariani accettano Hailé Selassié come figura messianica, quando non come “Dio vero e vivente”. E tutti ritengono che la salvezza per i neri consista nell’“uscire da Babilonia”, anche se oggi questa “uscita” non è necessariamente interpretata in senso letterale come emigrazione verso l’Etiopia. Parafrasando quanto Gesù diceva del “mondo”, molti rastafariani pensano che si può vivere in Babilonia (cioè nei paesi occidentali) senza essere di Babilonia, riconquistando l’identità attraverso le pratiche rastafariane. Queste ultime non comprendono una vera e propria liturgia, ma piuttosto momenti di festa e riunioni di “ragionamento” (reasoning) in cui si “ragiona” di teologia e di interpretazione dei testi biblici. Non c’è bisogno di chiese, cappelle o luoghi di culto perché Dio, anche se presente in modo eminente nel messia Hailé Selassié, “pervade” ogni persona umana e, da questo punto di vista, in ciascuno si “incarna”.
Nuove prospettive storico-teologiche sui rastafariani emergono peraltro dall’importante studio di William David Spencer Dread Jesus (1999). Spencer getta qualche luce sulle origini del movimento, notando che alcuni dei suoi primi pionieri erano membri di una organizzazione chiamata Grande Fraternità Antica del Silenzio, o Antico e Mistico Ordine dell’Etiopia. Questa organizzazione faceva parte del vasto movimento noto in tutta l’area di lingua inglese come “massoneria Prince Hall”, una massoneria “parallela”, riservata agli afro-americani. Spencer mette in luce come molti elementi rituali, ma anche dottrinali, del movimento rastafariano derivino precisamente dalla massoneria, a cominciare da uno dei temi più caratteristici e cari ai rastafariani: il nome “Yah” per indicare Dio. Secondo Spencer, questo nome deriva dal primo componente del trinomio sacro “Yah-Bul-On” nel grado massonico dell’Arco Reale (un modo di indicare la divinità che ha causato, anche recentemente, numerose polemiche). È attraverso autori massonici che i primi rastafariani si interessano di temi esoterici, e talora interpretano la personalità divina, Yah, in senso panteistico. La generazione successiva scoprirà, lungo la stessa linea, l’Ordine della Rosa-Croce AMORC, da cui trarrà altri elementi di carattere esoterico.
Una delle parti più importanti nel libro di Spencer è consacrata alla reazione del movimento rastafariano (divenuto ormai internazionale) alla morte dell’imperatore Selassié, nel 1975. Nei primi mesi, molti rastafariani pensano – come si è accennato – che l’imperatore non sia morto e che si tratti solo di menzogne diffuse dalla stampa. Oggi, però, pochi rastafariani si attendono la resurrezione o riapparizione fisica di Hailé Selassié. L’ipotesi è che la morte di Hailé Selassié abbia portato a una separazione di elementi contraddittori che coesistevano con qualche difficoltà nel sincretismo rastafariano. Se è vero che pochi rastafariani hanno seguito il consiglio di Selassié e hanno aderito alla Chiesa Ortodossa Copta, non è meno vero che sono nati nel mondo rastafariano movimenti di notevoli dimensioni – come le cosiddette Dodici Tribù d’Israele – che reinterpretano la religione in senso piuttosto cristiano. Per questa parte del movimento, Selassié è la figura profetica più importante della storia, ma rimane subordinata all’unico figlio di Dio, che è Gesù Cristo.
All’estremo opposto – e per reazione – si è sviluppato il movimento “bun Christ” o “burn Christ” (“bruciamo Cristo”), che – soprattutto in occasione di concerti reggae – brucia simboli cristiani. Per la verità, nelle numerose interviste realizzate da Spencer, anche i più arrabbiati seguaci di questa frangia dichiarano che la loro polemica è contro il “Cristo dell’uomo bianco”, mentre il “vero” Gesù Cristo rimane un profeta “nero” assolutamente rispettabile. Certo, tutto il movimento rastafariano è anticattolico, sia perché accusa la Chiesa cattolica di avere a suo tempo benedetto l’invasione fascista dell’Etiopia (un sacrilegio, secondo i rastafariani), sia perché diversi “etiopisti” venivano da famiglie protestanti fondamentaliste o avventiste dove forme popolari di anticattolicesimo erano piuttosto diffuse. L’uscita dal cristianesimo, per alcuni gruppi, avviene peraltro tramite idee che derivano precisamente (lungo una linea che risale ai fondatori) da spunti di tipo massonico-esoterico ovvero orientaleggiante. In questi gruppi la morte di Selassié è spiegata precisando che l’anima dell’imperatore, l’essenza divina Yah, deve essere distinta dalla sua manifestazione corporale. Pur essendosi manifestata in Selassié in modo eminente, questa essenza divina è presente come scintilla in ogni fedele rastafariano (secondo altri gruppi, in ogni persona umana), con una evidente deriva in senso panteistico e gnostico.
Secondo Spencer, il movimento rastafariano si trova oggi a un bivio, e l’esito sarà probabilmente la separazione fra due branche diverse. La prima preciserà sempre di più la sua identità come movimento di carattere esoterico, gnostico, non cristiano, nella linea di certe sue origini di tipo massonico ovvero orientaleggiante. Una seconda branca – rappresentata oggi da un gruppo diffuso internazionalmente, le Dodici Tribù di Israele – potrà evolversi in direzione di un movimento pienamente cristiano, predicatore di un cristianesimo “selassiano” nel senso di considerare l’imperatore Hailé Selassié come un testimone e un profeta, non come una figura divina o messianica.
No Woman, No Cry è una canzone reggae, resa famosa da Bob Marley e il suo gruppo The Wailers.
La canzone fece una prima volta il giro del mondo nel 1974 grazie all’album registrato in studio Natty Dread. Tuttavia è forse più conosciuta la versione live contenuta nell’album del 1975 Live!, versione che è stata inserita nel greatest hits Legend. Sebbene sia stata scritta da Bob Marley stesso, i diritti d’autore di questa canzone furono intestati a "V. Ford". Vincent Ford (1940-2008) era un amico d'infanzia di Marley, proprietario di un povero locale di Trenchtown, il ghetto di Kingston in Jamaica, luogo di ristoro della povera gente del luogo e, a volte, dello stesso Bob, che era sul punto di fallire. Le entrate provenienti dai diritti di questa canzone hanno assicurato la sopravvivenza e l’efficienza della mensa fino ai giorni nostri.
Una migliore resa del titolo nel creolo giamaicano potrebbe essere "No, woman, nuh cry". Il "nuh", che rende un suono vocale più contratto di "no", è l’equivalente della contrazione "don't".
La versione di Marley and the Wailers di No Woman, No Cry occupa il numero 37 nella Lista delle 500 migliori canzoni secondo Rolling Stone