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giovedì 3 luglio 2014

Via del campo














De Andrè è sicuramente un’artista il cui stile abbraccia la canzone e la poesia “come l’uva abbraccia la vite”. Le sue canzoni sono incentrate più all’uomo inteso come oggetto delle sue opere, in cui mostrano la vera nudità dell’anima, martoriata da mille enigmi. Via del campo, ai tempi che fu scritta la canzone, era una delle strade più malfamate di Genova,dove si trovavano i ceti più bassi della società come le prostitute. De Andrè racconta di una prostituta in modo morbido, quasi impercettibile, e lo fa sembrare  alle orecchie di chi ascolta un concetto nobile. La prostituta per De Andrè non vende il suo corpo inteso come oggetto , ma bensì la rosa, la parte più preziosa di sé. Tramite questi concetti la prostituta viene vista sotto un’altra luce ,quasi a raggiungere altri colori ,un’altra forma, che la portano vicino alla beatificazione.  De Andrè ha sempre definito questa classe sociale ,come quella che più si accostava alla purezza,perché non rispettavano le regole che il buon costume imponeva agli altri,ed erano fuori da qualsiasi schema che l’ipocrisia voleva dettargli. La bambina rappresenta la speranza in mezzo al degrado come la rugiada bagna la strada, anche la bambina viene imbevuta dalla pioggia .” I suoi occhi  grigi come la strada “ quasi a riflettere quello squallore che la circonda ,”ma nascono fiori dove cammina”, perché la sua giovane età gli da ancora un futuro su cui sperare. “se di amarla  ti vien la voglia, basta prenderla per la mano” la seconda prostituta viene introdotta in un ottica diversa,con questa frase De Andrè vuole ridare dignità a questa condizione umana attinente ad  un profilo sentimentale. Un concetto della prostituta del tutto rinnovato e lontano dai modi di pensare dell’epoca. È proprio quella condizione di povertà della prostituta,” con quel primo piano” che vuole simboleggiare il paradiso ormai raggiunto di quella condizione. L’illuso nella canzone vorrebbe cambiare la natura della donna, portandola a comportarsi secondo norme di moralità per prendersela in moglie.  Perciò è un illuso, la donna non potrà cambiare mai perché essendo nata nel degrado non sa fingere di essere una donna che in realtà non potrà mai essere ed è proprio questo fenomeno a portare l’elevazione della sua natura spirituale.
Dai diamanti non nasce niente
  dal letame nascono i fiori

Con questa frase che io definirei una perla si chiude la canzone di De Andrè. I diamanti sono il simbolo della borghesia è da essi non potrà mai nascere nulla di buono. I fiori rappresentano il futuro,è solo chi ha vissuto nella miseria potrà  costruirsi una vita migliore. Via del campo è un inno all’umanità o  una poesia che stravolge l’ipocrisia che ci circonda. 

venerdì 24 maggio 2013

IL TESTAMENTO






IL TESTAMENTO
Facile osannare Fabrizio De Andrè , quando si conoscono le solite canzoni . Parliamo di  una delle canzoni del maestro De Andrè meno ascoltata, ma carica di significati. Il testamento tratta dal quarto 45 giri di De Andrè pubblicata nel 1963. Il testo parla dei pensieri di un uomo, che in punto di morte ,riflette sulla fine della vita e di tutti quelli che si apprestano intorno al  letto di un moribondo.
Ecco le tematiche che prediligono nel testo,l’ironia: L’ironia Deandreiana , è burrascosa, schietta,quasi pirandelliana, ti mostra la vera natura delle sorti,deludendo il perbenismo e l’ipocrisia. De Andrè si fa beffa della varie vicissitudini che ci sono tra di noi, che ci portano ad arrivare a strade  senza  una via d’uscita.
L’Amore: si nota, nei versi centrali della canzone, l’amore emerge  in questa frase, (“forse una lacrima forse una sola sulla mia tomba si spenderà, forse un sorriso forse uno solo al mio ricordo germoglierà”) Ricorda in questa medesima frase, che lui ha amato una sola donna, porgendo in essa tutto l’amore che aveva.
La morte: Il tema della morte è ampiamente discusso da De Andrè che gli ha dedicato un intero album”Tutti morimmo a stento”.
“che un uomo è morto senza pregare fuggendo il peso della pietà” in questa frase si determina il peso che la chiesa assume, nei confronti di quelle persone,che rifiutano i sacramenti in punto di morte,perché non accettano una pietà non meritata,andando incontro alla morte come sono in realtà “fuggendo il peso della pietà”.


martedì 28 agosto 2012

Dolce trema





Un giorno assorto nei miei pensieri sentii la terra Tremare sotto i miei piedi.  La terra che sempre così Rigida diventò friabile come un biscotto, io rimasi Immobile e domandai a questa creatura chi fosse, e Lei mi rispose che  non era altro che il frutto del Male degli uomini.  Noi non avevamo fatto altro che Nutrirla e lei era cresciuta forte, egoista ed amara Perché gli uomini così  la avevano educata. Il suo Passaggio portò grande scompiglio, molti rudimenti crollarono e la coscienza della gente si manifestò come Crescente attesa di morte e paura ,lei mi guardò in faccia, e mi disse che era il grido di sofferenza della terra. Questa terra che ardeva di ingiustizie ,e io gli chiesi, perchè o terra mia semini tanta disperazione, negli occhi Già afflitti della gente, perchè il tuo passaggio deturpa in maniera così fervida la mia mente. In maniera molto Gentile lei mi rispose, poichè gli uomini distruggono ciò di che più bello esista, senza preoccuparsi di nulla e Perpetua e la loro distruzione ,inarrestabile la loro sete di avidità.Lei mi rispose di essere il frutto di un Matrimonio incestuoso,Provocato dalla incoscienza degli uomini.Come una scossa così forte possa Risvegliare la coscienza degli uomini, e pure il suo cammino semino morte e distruzione, lei venne da me, ma In maniera  gentile mi fece vedere ciò, che a pochi chilometri era successo, come per dire, "vedi ti ho Risparmiato sei fortunato". Io gli dissi che male avevano fatto dei bambini ,perché te li sei portati via,  mi Rispose; il mio percorso e come un fiume in piena, non può determinare ciò che sia giusto o sbagliato. Io Agisco così come mi hanno insegnato gli uomini, le loro azioni sono ben peggiori delle mie. Sempre lì rimasi a Pensare, e quando gli ultimi scossoni davano segno che lei stava andando via ,si giro verso di me e con aria Sognante mi disse, ecco l’uomo nel pensiero simile ad un Dio, intelligente e dotato di ingegno ,ma basta una Piccola scossa,a farlo cadere nel panico, a far crollare tutte le sue certezze e la sua sicurezza. Tu sei rimasto Immobile dinnanzi a me ,non perché  avevi paura ma sapevi che di fronte a me era invano una tua fuga.


mercoledì 22 agosto 2012

un matto






tra genio e follia


Saggio è colui che con la mente stimola l’intelletto, il genio usa la sua follia per sfidare la ragione .Pensavo come era strano essere nel mondo e come era bello sentirlo mio, sentire che ogni parola ,ogni frase, ogni gesto ,aveva uno scopo preciso,il quale mi avrebbe portato in qualche modo al di sopra di ogni angoscia, che mi trascinavo dietro, ad ogni dubbio avrei trovato una risposta esauriente. La follia era una forma di essere se stessi, al contrario flusso di meschinità, che osteggiava di continuo le azioni degli uomini. In ogni prospettiva  il mondo mostrato agli occhi titubanti di uno stolto, che a differenza degli altri ,non percepisce il vero significato che si nasconde dietro ad ogni gesto ,che sembra innocente ma carico di odio. Come specificato nella canzone del maestro De Andrè, e se il vero significato si nasconde sotto una metafora ,che racchiude l’essenza di  un finto pazzo, che fa azioni per non intendere il proprio  modo di pensare,agisce nella notte e nessuno potrebbe mai capire che è lui.  Perchè la sua fama deluderebbe quel pensiero,come una voce squillante risveglia le coscienze del popolo, ormai come tante pecore condotte al macello. Una morte pietosa lo strappo alla pazzia ,come premio inaspettato ,angosciosa attesa di un mondo che non aveva inteso in pieno la sua autenticità.








lunedì 9 luglio 2012

George Brassens maestro di vita per de andrè

Georges Brassens
L'infanzia e la giovinezza
Georges Brassens nacque a Sète, piccolo porto mediterraneo nella regione della Linguadoca-Rossiglione, il 22 ottobre 1921; crebbe in un ambiente familiare umile ma sereno: il padre, Jean-Louis Brassens, era un muratore francese; la madre, Elvira Dagrosa, era una casalinga italiana originaria di Marsico Nuovo, in provincia di Potenza, vedova di guerra e già madre di una bambina. I suoi nonni materni si chiamavano Michele Dagrosa e Maria Dolce.[1]
Il piccolo Brassens respirò musica sin dall'infanzia: la madre amava in ugual modo la musica lirica e la canzone popolare, soprattutto le melodie accompagnate con il mandolino. Fu proprio su questo strumento che il piccolo Georges apprese le basi che gli permisero, in seguito, l'apprendimento della chitarra; possedeva un buon orecchio musicale e si dimostrò sempre più interessato alla musica che alla scuola e agli studi; a quattordici anni cominciò a scrivere le sue prime canzoni.
Al liceo, Georges Brassens fece un incontro che si rivelò determinante per il suo avvenire: il suo professore di lettere, Alphonse Bonnafé, una personalità fortemente anticonformista, riuscì a catturare il suo interesse e, grazie a lui, il giovane Brassens conobbe la poesia francese; cominciò ad impegnarsi seriamente nella scrittura di poesie e testi di canzoni. In terza liceo, disgraziatamente, venne sospeso dalla scuola: in seguito ad alcuni piccoli furti compiuti dagli alunni della scuola nelle case degli allievi più benestanti, un compagno fece il suo nome (la canzone Les quatre bacheliers allude appunto a questo episodio); il padre lo prese allora a lavorare con sé, nell'impresa edile di famiglia. La passione per la musica, però, non si interruppe, al contrario; Georges si appassionò particolarmente ad un grande interprete del momento, Charles Trenet, del quale cercava di imitare lo stile.
La carriera
1964


Brassens cominciò ad esibirsi in numerosi locali parigini e a raccogliere un certo successo presso il pubblico e i critici, malgrado alcuni suoi testi suscitino scalpore e scandalo. La consacrazione arrivò quando Patachou presentò a Brassens Jacques Canetti, direttore artistico della casa discografica Polydor e proprietario del cabaret Les Trois Baudets; grazie all'impegno di Canetti, Brassens poté, dopo una tournée estiva, registrare il suo primo album, La mauvaise réputation, che ottenne un grande successo.
Nel 1953, il 16 ottobre Brassens debuttò al prestigioso music-hall parigino dell'Olympia; proponeva, oltre ai suoi testi, brani ripresi da poeti celebri come François Villon (Ballade des dames du temps jadis), Victor Hugo (Gastibelza), Paul Fort (Le petit cheval); il 1953 fu anche l'anno di pubblicazione del romanzo La tour des miracles. Nel 1954, oltre a ricevere il Gran Premio del Disco dell'Accademia Charles Cros, pubblica il suo secondo album, Les amoureux des bancs publics, a cui fece seguito, l'anno seguente, Chanson pour l'Auvergnat.
Negli anni successivi, spinto da Jacques Canetti, fu più volte in tournée in Europa e in Africa del Nord; si dedicò a recitals e, anche se per una volta soltanto, al cinema: nel 1956, interpretò un ruolo quasi autobiografico nel film Porte des Lilas di René Clair. Con i primi guadagni ottenuti, Brassens comprò la casa dell'Impasse Florimont, dove viveva con Jeanne e Marcel. Nel 1957, assieme a Pierre Onteniente, Brassens creò le Editions Musicales 57 e pubblicò Je me suis fait tout petit, mentre continuava a dividersi tra l'Olympia, l'Alhambra e Bobino.


Sin dalla fine della guerra, Brassens aveva sofferto di coliche nefritiche e di calcoli renali che gli impedirono, talvolta, di portare a termine i suoi spettacoli; pur rallentato dalle sue condizioni di salute, Brassens non mancò mai all'appuntamento e continuò a pubblicare dischi a cadenza regolare: del 1958 è Le Pornographe, mentre Le Mécréant e Les trompettes de la renommée uscirono rispettivamente nel 1960 e nel 1961. Nel 1964, Brassens fece nuovamente capolino al cinema: la sua canzone Les copains d'abord (pubblicata lo stesso anno nell'album omonimo) rientra nella colonna sonora del film Les Copains di Yves Robert.
Nel 1966, oltre a lasciare definitivamente l'abitazione condivisa con Jeanne e Marcel per stabilirsi poco lontano, nel XV arrondissement, Brassens pubblicò l'album Supplique pour être enterré à la plage de Sète; la canzone che dà il titolo al disco diverrà il suo testamento messo in musica. Nel 1967 ricevette il Premio di poesia dell'Académie française. L'anno seguente, all'epoca degli avvenimenti politico-sociali del '68, Brassens si trovava in un letto d'ospedale, dopo un'operazione di asportazione di calcoli; ciononostante, appoggiò, anche se non direttamente, la causa dei rivoluzionari. Poco prima della sua morte, qualcuno gli chiese che cosa facesse durante le giornate del maggio '68, perché non si fosse schierato pubblicamente; la sua risposta ('Soffrivo di coliche nefritiche') venne interpretata come un'irriverenza tra le tante, ma rispecchiava la realtà; Brassens, senza che nessuno lo sapesse, affrontava la sua malattia in silenzio.
Nello stesso anno, il 24 ottobre, Jeanne morì, all'età di settantasette anni. Nel gennaio del 1969, su iniziativa della rivista Rock et Folk e della radio RTL, Brassens partecipò ad un'intervista che divenne un evento storico, in compagnia di Léo Ferré e Jacques Brel, altri due pilastri della canzone d'autore francese; nello stesso anno, oltre a continuare le esibizioni a Bobino, Brassens pubblicò La Religieuse, il suo decimo disco. Negli ultimi anni, i problemi di salute l'avevano fatto invecchiare prematuramente: dopo aver acquistato una casa a Lézardrieux, in Bretagna (regione che amava al punto da studiare la lingua bretone), nel 1973 disse addio alle scene, con un'ultima tournée in Francia e in Belgio e pubblicando il suo penultimo disco, Fernande.
Due anni dopo, nel 1975, Brassens ricevette il Gran premio della città di Parigi; nel 1977, in seguito all'uscita del suo ultimo lavoro, Don Juan, salì un'ultima volta sul palco di Bobino; fu il suo ultimo concerto. Nel 1979 Brassens accettò la proposta del musicista Moustache, suo vecchio amico, di partecipare alla registrazione di un album in cui i suoi titoli più celebri venivano ripresi in versione jazz. Alla fine dell'anno ricevette il Gran Premio del disco dalle mani del sindaco di Parigi, Jacques Chirac.

martedì 3 luglio 2012

Dolce nera




 

Riflessioni
A mio umile giudizio,nella canzone dolce nera ,c'è una assortimento di metafore , per arrivare ad un concetto chiaro ,la similitudine tra la vita e la morte. Il discorrere  silenzioso del fiume, che travolge tutto uccidendo la moglie di Anselmo. La morte con l'amore per il mare, "incontrastata icona tra amore e morte". Il disastro della natura ,che sconvolge un piccolo paese, con le loro piccole abitudini ,la lotta con la morte, che si fa "scivolosa e profonda. Oltre i muri di vetro si risveglia la vita". Chi è sopravvissuto si prende per mano, e continua a combattere. L'amore che prima viene visto come una scappatoia, si trasforma in certezza unica e indistinguibile con la morte.Dopo il suo passaggio, lei si ritira innocente,"come un fiume", come vorrebbe spiegare il suo normale percorso, fredda come un dolore, "dolce nera senza cuore",come ha stabilire il nesso dolce come la vita, nera come la morte,come se la finzione venisse scoperta da una realtà improvvisa, che vede la vera essenza dell'anima, togliendo quel finale  falso che sarebbe decretato .

Signorina anarchia


Signora libertà, signorina fantasia
A volte può capitare di ascoltare una canzone centinaia di volte e non capirne il significato. Ascoltando Se ti tagliassero a pezzetti, la canzone di De André dall'album detto "L'Indiano", ci si può lasciare distrarre dalla musica orecchiabile, dall'arrangiamento quasi pop (era il primo album dopo il rapimento e Fabrizio doveva ripagare al padre i soldi del riscatto, da qui l'esigenza di vendere qualche copia in più del solito...), o lasciarsi trasportare dal suono delle parole e pensare che la canzone sia una storia d'amore:
Ti ho trovata lungo il fiume
che suonavi una foglia di fiore
che cantavi parole leggere, parole d'amore
ho assaggiato le tue labbra di miele rosso rosso
ti ho detto dammi quello che vuoi, io quel che posso.
Magari poi si capisce che la ragazza in questione si è un po' imborghesita e adesso indossa un tailleur... ma no... siamo completamente fuori strada! La canzone è decisamente allegorica e la chiave si trova in una strofa un po' più avanti...
E adesso aspetterò domani
per avere nostalgia
signora libertà signorina fantasia
così preziosa come il vino così gratis come la tristezza
con la tua nuvola di dubbi e di bellezza.
La protagonista è quindi la Libertà (o la Fantasia, ma in qualche concerto Fabrizio si lascia sfuggire "signorina Anarchia"...). E così, una volta capita la metafora, si può ripartire dall'inizio e cominciare a capire... come un giovane Fabrizio si ritrovi sopra il fieno a fare l'amore con la libertà
Rosa gialla rosa di rame
mai ballato così a lungo
lungo il filo della notte sulle pietre del giorno
io suonatore di chitarra io suonatore di mandolino
alla fine siamo caduti sopra il fieno.
Un'iniziazione libertaria che dev'essere avvenuta molto presto, come lo stesso De André racconta a Luciano Lanza:
Come mai si diventa libertari? O hai frequentato un ambiente libertario, cosa che ho fatto fin dai diciotto anni, o altrimenti perché hai un impulso a pensare che il mondo debba essere giusto, che tutti debbano avere come minimo le stesse condizioni di opportunità per potersi esprimere ed evolvere.
Questa giovane libertà, che assomiglia tanto alla fantasia, ha una bella caratteristica: per quanto ci provino a tagliarla a pezzetti, riesce sempre a rinascere, complice la Natura:
Ma se ti tagliassero a pezzetti
il vento li raccoglierebbe
il regno dei ragni cucirebbe la pelle
e la luna la luna tesserebbe i capelli e il viso
e il polline di Dio
di Dio il sorriso.
In effetti, ha molto più senso riferito alla libertà che a una bella ragazza orrendamente spezzettata (brutta immagine decisamente pulp), no?
Ma la parte più interessante della canzone arriva quando la signorina fantasia, ormai invecchiata, si ritrova ad essere una signora Libertà che si accompagna a biechi personaggi...
T'ho incrociata alla stazione
che inseguivi il tuo profumo
presa in trappola da un tailleur grigio fumo
i giornali in una mano e nell'altra il tuo destino
camminavi fianco a fianco al tuo assassino.
A questo assassino che va in giro travestito da paladino della libertà si potrebbero dare tanti volti: i LIBERisti il partito LIBERale, la Statua della Libertà. Più spesso a questi assassini non basta una sola signora e si circondano di tante libertà, ecco così che abbiamo la Casa delle Libertà... Ma anche se maltrattata, violentata, ridotta a una pluralità di privilegi, la libertà rimane sempre qualcosa di cui avere nostalgia, una ragazza che suonava una foglia di fiore.

lunedì 2 luglio 2012

la voce di un blasfemo






Inquisizione
L'Inquisizione è l'istituzione ecclesiastica fondata dalla Chiesa cattolica per indagare e punire, mediante un apposito tribunale, i sostenitori di teorie considerate contrarie all'ortodossia cattolica.
Storicamente, l'Inquisizione si può considerare stabilita già nel Concilio presieduto a Verona nel 1184 da papa Lucio III e dall'imperatore Federico Barbarossa, con la costituzione Ad abolendam diversarum haeresum pravitatem e fu perfezionata da Innocenzo III e dai successivi papi Onorio III e Gregorio IX, con l'occorrenza di reprimere il movimento cataro, diffuso nella Francia meridionale e nell'Italia settentrionale, e di controllare i diversi e attivi movimenti spirituali e pauperistici.
Nel 1252, con la bolla Ad extirpanda, Innocenzo IV autorizzò l'uso della tortura e Giovanni XXII estese i poteri dell'Inquisizione nella lotta contro la stregoneria. Tale Inquisizione medievale si distingue dall' Inquisizione spagnola, istituita da Sisto IV nel 1478 su richiesta dei sovrani Ferdinando e Isabella, che fu estesa nelle colonie dell'America centro-meridionale e nel viceregno di Sicilia, e dall' Inquisizione portoghese, istituita nel 1536 da Paolo III su richiesta del re Giovanni III, che si estese dal Brasile, alle Isole di Capo Verde e a Goa, in India.
Allo scopo di combattere più efficacemente la Riforma protestante, il 21 luglio 1542 Paolo III emanò la bolla Licet ab initio, con la quale si costituiva l'Inquisizione romana, ossia la «Congregazione della sacra, romana ed universale Inquisizione del santo Offizio». Mentre nell'Ottocento gli Stati europei soppressero i tribunali dell'Inquisizione, questa fu mantenuta dallo Stato pontificio e assunse nel 1908, regnante Pio X, il nome di «Sacra Congregazione del santo Offizio», finché con il Concilio Vaticano II, durante il pontificato di Paolo VI, in un clima profondamente mutato dopo il papato di Giovanni XXIII, assunse nel 1965 l'attuale nome di «Congregazione per la dottrina della fede».
Significati attuali del termine inquisizione
Il bassorilievo del processo a Giordano Bruno (Roma, Campo de' Fiori)
Nel linguaggio comune il termine Inquisizione (e i suoi derivati) è sinonimo di arbitrarietà e crudeltà:
il vocabolario Zanichelli della lingua italiana (ed. 2006), alla voce "Inquisizione", dopo aver chiarito l'etimologia del termine e il suo uso all'interno del diritto canonico, ne indica un significato esteso: «Indagine fatta con metodi e procedimenti arbitrari o crudeli».
il Devoto - Oli (ed.2004) alla voce "Inquisizione": «Inchiesta speciale, svolta con una procedura arbitraria o ad ogni modo lesiva dei diritti, della libertà, della dignità dell'individuo», part. «L'organizzazione e la procedura ecclesiastica per la repressione dell'eresia: il tribunale dell'I.»; «anche come simbolo di zelo ipocrita e spietato.»
sempre il Devoto-Oli, alla voce "inquisitorio": «del procedimento penale caratterizzato dalla concentrazione in un'unica persona delle funzioni di accusatore e di giudice, dalla segretezza e dalla scrittura degli atti: processo ispirato a criteri o atteggiamenti di sopraffazione nei rapporti con gli inferiori».
Riflessioni
Mi cercarono l'anima a forza di botte(un blasfemo),perchè aveva espresso un' idea in contrapposizione alla loro ideologia cattolica, avevano ucciso, torturato, persone che non avevano fatto nulla, basti pensare ai ricercatori di quel tempo, medici , intellettuali,professori,uccisi perchè avevano fatto scoperte che la chiesa non accettava,In nome di Dio  che la sua parola è amore ,trasformata dagli uomini in barbarie persecuzioni.Ma versò il vino e spezzo il pane,per chi diceva ho sete ho fame, (il pescatore),senza nessun tipo di pregiudizio, agiva sentendo il cuore ,questa è la figura secondo me che vuole esprimere De Andrè, di Gesù no quella di persecutore descritta in maniera evidente contro gli uomini dalla chiesa.

Canzone del maggio




fabrizio de andré

Il '68 io l'ho vissuto a contatto con questi gruppi di estrema sinistra, partecipando al tentativo di rinnovamento; non li ho seguiti, perché di solito un artista, indipendentemente dall'ideologia, è un coniglio individualista. Mai avrei fatto la lotta armata, ma condividevo quasi tutti quelli che oggi vengono definiti gli eccessi sessantottini, anche perché li avevo quasi promossi, attraverso le mie canzoni. Se alle manifestazioni un autonomo sgangherato iniziava a tirare pistolettate, questo non lo condividevo sicuramente, ma condividevo la rivolta contro un certo modo di gestire la società che non teneva minimamente conto della società stessa. Volevamo diminuire la distanza tra il potere e la società. Abbiamo ottenuto diverse vittorie: pensa solo alla liberazione sessuale, frutto del '68, purtroppo frustrata dalla paura dell'Aids, o alla libertà d'informazione, che allora non esisteva realmente. Certo, ho anche fatto concerti in mezzo a bombe molotov e lacrimogeni.Ma il '68 è stato una rivolta spontanea, e il fatto che non sia riuscita forse è un bene, se è vero che il grosso problema di ogni rivoluzione è che, una volta preso il potere, i rivoluzionari cessano di essere tali per diventare amministratori. Eh sì, questo non è venuto molto bene (a proposito di Storia di un impiegato,ndc). A questo punto si era capito che le persone deluse dal fatto che la rivolta era fallita, che non era diventata una rivoluzione vera, che non era cambiato nulla, fuoriuscite dai partiti che avrebbero dovuto rappresentare la sinistra, si erano armate. Il che equivaleva a dire allo Stato, levati da questa poltrona che mi ci voglio sedere io, che è poi quello che ho cercato di dire ne La canzone del padre. Il terrorismo è stata la vera esagerazione: il '68 che ho vissuto io era un'epoca ricca di fantasia, e ha fatto del bene. Le BR no, se avessero vinto loro oggi staremmo peggio.

[In Cantico per i diversi, intervista a cura di Roberto Cappelli, Mucchio Selvaggio, settembre 1992]
Si tratta di una canzone di protesta, liberamente tratta da un canto degli studenti parigini del maggio '68, quando si registrarono scioperi operai e manifestazioni studentesche contro il sistema capitalistico, accusato di produrre sfruttamento e ingiustizie sociali e di manipolare le coscienze con le verità dei mass-media.

Rievoca gli avvenimenti accaduti e, rivolgendosi a quelli che alla lotta non hanno partecipato, li accusa e ricorda loro che chiunque - anche chi, in quelle giornate, si è chiuso in casa per paura, menefreghismo o avversione - è ugualmente coinvolto negli avvenimenti. Il finale sostiene che la rivolta, lungi dall'essere esaurita, ci sarà ancora, ed ancora più forte, in futuro.
Esprimendo le motivazioni più profonde della protesta e della rivolta sessantottina, De André dichiara la propria adesione al movimento attraverso l'uso dell'aggettivo nostro e si schiera, come sempre del resto, contro i benpensanti che videro minacciato l'ordine stabilito.

Il ceto medio, opportunista e formalista, è rappresentato con grande efficacia attraverso pochi elementi: la millecento, la fiducia nella televisione, il desiderio di non compromettersi votando ancora la sicurezza, la disciplina.

Da segnalare qualche metafora. Lo stesso maggio (v. 1), oltre al suo ovvio livello denotativo, rinvia a una rinascita di forze intellettuali, volte al cambiamento e al miglioramento della società. Ci mordevano il sedere (v. 20), riferito alle auto della polizia, indica l'inseguimento.

Da segnalare l'anafora con lievi variazioni lessicali del canto d'accusa: anche se voi vi credete assolti / siete lo stesso coinvolti (vv. 7-8), provate pure a credervi assolti... (v. 15), anche se allora vi siete assolti... (v. 31), per quanto voi vi crediate assolti (v. 41).
METRO. Quattro strofe di otto versi, più una strofa finale di dieci. I versi sono di differente lunghezza: dal settenario (ad es. vv. 1 e 8) all'endecasillabo (ad es. vv. 2 e 30), dal quinario doppio (ad es. vv. 12 e 28) all'ottonario (ad es. vv. 19 e 38) al novenario (ad es. vv. 22 e 35). Le rime, poste con maggiore regolarità nella seconda parte, sono baciate: maggio/coraggio, assolti/coinvolti, gioco/poco, ecc., o alternate: mento/millecento, niente/studente, ora/ancora. Manca la rima ai vv. 3-5 e 9-11; vi è invece rima imperfetta ai vv. 21-22 e assonanza tonica ai vv. 34-36.


Riflessioni
Come possiamo notare la canzone del maggio, sembra essere scritta per i problemi attuali ,forse cambia la forma ,la rivoluzione intesa come forza di contrasto al potere dello stato. Il quale non adempie al suo dovere ,nel dopo rivoluzione non cambia nulla perchè i rivoluzionari diventano politici corrotti anche loro, cambiano solo le persone ma resta il mal funzionamento,quindi è nella natura dell'uomo essere così ingiusto, verso un ruolo importante e primario nella società? La rivoluzione intesa come tale deve eliminare il marciume ,purificare tutto renderlo accettabile.




venerdì 22 giugno 2012

Fabrizio De Andrè " Al fianco degli indiani d'America"





                                                                                    Riflessioni:
Poche migliaia di persone hanno decretato la fine e lo sterminio di un popolo di un' altra cultura, costretti in schiavitù da sovrani dittatoriale,  i quali  vedevano tutto quello diverso da loro come incivile ,non adatta alla loro inutile e fatiscente borghesia ,secondo loro dovevano essere educati alle loro usanze e tradizioni, più umanistiche e adatte ad una vita sociale, così hanno quasi sterminato un  popolo, in nome di Gesù, non penso che lui sia stato molto d'accordo. Ancora non  avevano capito che la più grande libertà significa essere se stessi, al di fuori di qualsiasi costrizione imposta dagli altri ,fin quando non limiti la libertà degli altri, perché gli altri dovrebbero limitare la tua? De andrè voleva mandare un messaggio, che ad altri sfugge ancora oggi, che la coscienza individuale ci distingue l'uno dall'altro, portandoci ad una coscienza generale che l'individuo è unico, e che non potrà mai esistere un altro come lui, ed è questo che ci differenzia dagli animali ,ed è questo che fa l'uomo come essere indistinguibile,  nel pensiero simile ad un Dio. Questa è solo una parentesi spero che attraverso la musica ed un forte senso umanistico, dagli errori del passato si prenda spunto per non commettere altre barbarie.

In direzione ostinata e contraria




Smisurata preghiera è un affresco sulle minoranze,sulla necessità di difendersi dalle leggi del branco. Su coloro che devono pagare per difendere la propria dignità ,gli unici che attraverso la solitudine, sono riusciti a regalare alla morte una goccia di splendore, la pura musica. Smisurata Preghiera è una specie di salmo che racconta, l’imprecazione e l’invocazione delle minoranze. Fabrizio De Andrè da ogni poesia o romanzo che sia, riusciva a coglierne il succo, come dall’uva si estrapola la purezza rendendola bella, trasformandola in vino,così De Andrè metteva la sua anima a nudo davanti ai problemi del mondo. Qui la polemica e la lotta contro il suo acerrimo  nemico la maggioranza. Il dolce menestrello che ci ha insegnato la sottile differenza tra la vita e la morte,che ci ha insegnato a pensare con la nostra testa andando sempre in direzione contraria. 

lunedì 18 giugno 2012

La libertà

                                     

 Riflessioni
La libertà intesa come muoversi liberamente nelle nostra società, qualunque sia la tua fede religiosa o semplicemente di quale colore sia la tua pelle ,ormai siamo quasi abituati alle città multietniche ,non abbiamo più nessuna difficoltà a  rapportarci con altre culture, tranne qualche raro caso di ignoranza. Ora come nel passato, la società è suddivisa in classi sociali, alle quali quella più al vertice, si trova in cima ad ogni forma di democrazia, capaci di fare tutto, di disporre come vogliono dei beni sottratti a lavoratori, che spendono tutta la loro esistenza a costruire qualcosa in realtà già sottratto,  quindi una falsa democrazia, basata su quanto denaro riescono a percepire, speculando su tutto quello che  riesca a fargli trarre un beneficio, senza nessun azione moralmente adatta . Quindi la libertà è dipesa dal denaro, senza esso, sei schiavo di tutte quelle persone, che abusano dei poteri dati dal popolo, ma non spesi per esso,sono la vera causa del malore di questa nazione. L'unica arte che forse è rimasta pura, a ciò che la circonda è la musica, arte incontrastata del nostro io , attraverso essa ci ribelliamo a questa società, troppo menzognera ai nostri occhi. La musica è lo specchio, che mette in risalto la nostra anima, che sfocia nella più completa libertà.
                                                       





                                                               

sabato 9 giugno 2012

La voce della controversia di de andrè

Gesù nelle canzoni di De André
post pubblicato in Musica, il 18 gennaio 2009
(testi e commento)

"..se Dio non esistesse, bisognerebbe inventarselo: il che è esattamente quello che ha fatto l’uomo da quando ha messo i piedi sulla terra..."



SI CHIAMAVA GESU’
Fabrizio De André
Venuto da molto lontano
a convertire bestie e gente
non si può dire non sia servito a niente
perché prese la terra per mano
vestito di sabbia e di bianco
alcuni lo dissero santo
per altri ebbe meno virtù
si faceva chiamare Gesù.
Non intendo cantare la gloria
né invocare la grazia e il perdono
di chi penso non fu altri che un uomo
come Dio passato alla storia

ma inumano è pur sempre l'amore
di chi rantola senza rancore
perdonando con l'ultima voce
chi lo uccide fra le braccia di una croce.

E per quelli che l'ebbero odiato
nel getzemani pianse l'addio
come per chi l'adorò come Dio
che gli disse sia sempre lodato,
per chi gli portò in dono alla fine
una lacrima o una treccia di spine,
accettando ad estremo saluto
la preghiera l'insulto e lo sputo.
E morì come tutti si muore
come tutti cambiando colore
non si può dire non sia servito a molto
perché il male dalla terra non fu tolto

Ebbe forse un po’ troppe virtù,
ebbe un nome ed un volto: Gesù.
Di Maria dicono fosse il figlio
sulla croce sbiancò come un giglio.


Nella canzone “Si chiamava Gesù”, scritta da Fabrizio De André e contenuta nell’album Volume 1 , Gesù è visto come l’uomo più rivoluzionario che la storia abbia mai conosciuto: il rivoluzionario dell’amore che è passato alla storia come figlio di Dio.Il cantautore genovese è ateo (“se Dio non esistesse, bisognerebbe inventarselo: il che è esattamente quello che ha fatto l’uomo da quando ha messo i piedi sulla terra”) e considera Gesù come un uomo buono sul quale la Chiesa ha costruito tutto il suo potere. De André ci presenta quindi un Gesù contrapposto al Dio che ci fa conoscere la Chiesa, nella sua canzone, infatti, punta tutto sull’umanità di questo “rivoluzionario”, dotato di un amore sovrumano. Egli, infatti, con l’ultima voce riesce a perdonare coloro che lo uccidono su una croce, in nome di un Dio. In questa canzone Gesù “muore come tutti si muore, come tutti cambiando colore […] sulla croce sbiancò come un giglio”.Anche in “Laudate hominem”, Gesù conserva la stessa umanità della canzone precedentemente trattata ed è visto come un uomo ucciso in nome di Dio e poi egli stesso fu considerato Dio, e in nome suo furono uccise altre persone. In questa canzone la posizione di De André è sempre più chiara: con la frase “non voglio pensarti figlio di Dio ma figlio dell’uomo, fratello anche mio” la visione di Gesù come uomo diventa ancora più forte. “Laudate hominem” è contenuta ne “La buona novella”, album non a caso pubblicato nel 1969, in piena lotta studentesca.
“Le persone meno attente, che poi sono sempre la maggioranza di noi, considerarono quel disco come anacronistico[…] non avevano capito che La buona novella voleva essere un’allegoria”.
Secondo De André, infatti, 1969 anni prima della rivolta studentesca, c’era stata la rivoluzione più grande della storia. Una rivoluzione guidata da un uomo che predicava contro i soprusi dell’autorità in nome di una fratellanza universale, mentre altri “combattevano e combattono per imporre il loro potere”. Gesù invece porta avanti un messaggio d’immensa importanza e profondità.Anche se ateo, quindi, il cantautore mostra grande rispetto nei confronti di Gesù, ovvero il primo che ha cambiato il mondo dividendo la storia in due parti, facendo discutere e soprattutto portando tanto amore, anche se “il male dalla terra non fu tolto”.C’è da dire che le canzoni di quest’album non sono mai state gradite dalla Chiesa, in quanto raccontano la storia di Gesù mettendo a nudo tutta l’ipocrisia della classe ecclesiastica, opportunista e manipolatrice. Inoltre De André per questo album ha preso spunto dai Vangeli apocrifi, che non sono riconosciuti dalla Chiesa. Ne “la buona novella” è narrata la storia di un uomo la cui madre, moglie di un falegname molto anziano, era rimasta incinta di un uomo bellissimo e molto giovane, e quindi un “angelo” (Il sogno di Maria).
De André ha elaborato questa “teoria” dopo aver consultato il vangelo apocrifo di Giacomo, uno dei figli di Giuseppe e fratellastro di Gesù. Nel Protovangelo di Giacomo viene descritta la permanenza di Maria nel Tempio dove “la mano di un angelo le offriva il cibo”. Da qui il cantautore genovese rielabora il tutto denunciando la segregazione di una ragazzina ebrea e contemplando la sua scandalosa e inattesa gravidanza. In questo album, quindi, i personaggi perdono un po’ di sacralità ma acquistano tanta umanità.Si nota inoltre tutto il rispetto che De André nutre nei confronti di Gesù, un uomo che ha “rivoluzionato tutto” portando avanti un messaggio di rilevante significato: ama il tuo prossimo come te stesso. Un concetto che, se rispettato, potrebbe essere la risposta a tanti problemi, come quello della guerra, l’odio razziale ecc.
Personalmente trovo che “La buona novella” sia un album davvero ben fatto e, come ogni album di De André, lo consiglio vivamente a tutti voi.


L'Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters
e Non al denaro, non all'amore nè al cielo di Fabrizio De André

Edgar Lee Masters
Fabrizio De André

«È in gamba, sai, legge Edgar Lee Masters...»
Francesco Guccini, canzone per Piero

La mappa di Spoon riverFernanda PivanoFernanda Pivano
Cesare PaveseCesare Pavese
Tra il 1914 e il 1915 il poeta americano Edgar Lee Masters pubblicò sul "Mirror" di St. Louis una serie di epitaffi successivamente raccolti nell'Antologia di Spoon River. Ogni poesia racconta la vita di un personaggio, ci sono 19 storie che coinvolgono un totale di 244 personaggi che coprono praticamente tutte le categorie e i mestieri umani. Masters si proponeva di descrivere la vita umana raccontando le vicende di un microcosmo, il paesino di Spoon River. In realtà si ispirò a personaggi veramente esistiti nei paesini di Lewistown e Petersburg, vicino a Springfield (la città dei Simpson?) e infatti molte delle persone a cui le poesie erano ispirate, che erano ancora vive, si sentirono offese nel vedere le loro faccende più segrete e private pubblicate nelle poesie di E.L.Masters.
Il bello dei personaggi di Edgar Lee Masters, infatti, è che essendo morti non hanno più niente da perdere e quindi possono raccontare la loro vita in assoluta sincerità.
La storia della pubblicazione in Italia dell'Antologia di Spoon River è abbastanza particolare da meritare di essere raccontata. Durante il ventennio fascista la letteratura americana era ovviamente osteggiata dal regime, in particolare se esprimeva idee libertarie come nel caso di Edgar Lee Masters. La prima edizione italiana porta la data del 9 marzo 1943. Fernanda Pivano racconta «Ero una ragazzina quando vidi per la prima volta l'Antologia di Spoon River: me l'aveva portata Cesare Pavese, una mattina che gli avevo chiesto che differenza c'è tra la lettura americana e quella inglese». I primi libri americani che Pavese portò alla Pivano, lei li guardò «con grande sospetto». Ma con l'Antologia di Spoon River fu un colpo di fulmine: «l'aprii proprio alla metà, e trovai una poesia che finiva così "mentre la baciavo con l'anima sulle labra, l'anima d'improvviso mi fuggì". Chissà perché questi versi mi mozzarono il fiato: è così diffficile spiegare le reazioni degli adolescenti» 1.
Per un'adolescente cresciuta in un'epoca dominata dall'"epicità a tutti i costi" i versi di Masters e la loro "scarna semplicità" furono una rivelazione.
Quasi per conoscere meglio i personaggi, Fernanda iniziò a tradurre in italiano le poesie, naturalmente senza dirlo a Pavese: temeva che la prendesse in giro. Ma un giorno Pavese scoprì in un cassetto il manoscritto e convinse Einaudi a pubblicarlo. Incredibilmente riuscì a evitare la censura del ministero della cultura popolare cambiando il titolo in «Antologia di S.River» e spacciandolo per una raccolta di pensieri di un quanto mai improbabile San River.
«Si direbbe che per Lee Masters la morte - la fine del tempo - è l'attimo decisivo che dalla selva dei simboli personali ne ha staccato uno con violenza, e l'ha saldato, inchiodato per sempre all'anima.»
Cesare Pavese

Non al denaro, non all'amore né al cielo
Nel 1971 Fabrizio De André pubblicò l'album "Non al denaro, non all'amore nè al cielo", liberamente tratto dall'Antologia di Spoon River. De André scelse nove delle 244 poesie e le trasformò in altrettante canzoni.
Le nove poesie scelte toccano fondamentalmente due grandi temi: l'invidia (Un matto, Un giudice, Un blasfemo, Un malato di cuore) e la scienza (Un medico, Un chimico, Un ottico).
In questi due gruppi si possono scoprire delle simmetrie: il giudice perseguitato da tutti trasforma la sua invidia in sete di potere e si vendica, il chimico è tanto preso dalla scienza e dalla ricerca di un ordine perfetto da essere incapace di amare. Il malato di cuore rappresenta l'alternativa all'invidia, pur essendo in una situazione tale da poter invidiare tutti gli altri, riesce a vincere l'invidia grazie all'amore invece di lasciarsi trasportare dall'egoismo. I buoni propositi del medico vengono schiacciati dal sistema che lo obbliga a essere disonesto, mentre l'ottico vuole trasformare la realtà e mostrarci un'"altra" realtà più vera, per questo può essere accostato alle "Porte della percezione", il libro di Huxley da cui presero il nome anche i Doors. Il titolo del libro di Huxley - peraltro - si rifà a un verso del poeta inglese William Blake:
If the doors of perception were cleansed everything would appear to man as it is: Infinite. 2
Il suonatore Jones è l'unico in questa raccolta di poesie a cui De André lascia il nome. Infatti, mentre nelle poesie originali di Edgar Lee Masters ogni personaggio ha un nome e un cognome, i titoli delle canzoni di De André sono generici (un giudice, un medico) per sottolineare che le storie di questi personaggi sono esempi di comportamenti umani che si possono ritrovare in ogni epoca e in ogni luogo. Il suonatore Jones, il personaggio con cui l'album si chiude, invece è unico, rappresenta l'alternativa alla vita vista come lotta per raggiungere i propri scopi. Per tutta la sua lunga vita il suonatore Jones ha fatto quello che più gli è piaciuto e per questo muore senza rimpianti.
Senza dubbio il suonatore Jones era anche il personaggio al quale De André avrebbe voluto assomigliare. Per Jones la musica non è un mestiere, è una scelta di libertà; anche De André soprattutto negli ultimi anni ha cercato di svincolarsi dalla prigione della musica come mestiere, pubblicando gli ultimi album a una distanza di sei anni uno dall'altro e riducendo le apparizioni in pubblico.
Un aspetto fondamentale dell'Antologia di Spoon River sono i legami tra i vari personaggi. Ognuno di questi cita molti altri e così è possibile vedere la stessa storia da punti di vista diversi.
Questo aspetto si perde nell'album di De André, era inevitabile riducendo la galleria dei personaggi a solo nove ritratti (anzi otto visto che la prima canzone, Dormono sulla collina, è l'introduzione a tutte le altre). Fa eccezione ancora una volta il suonatore Jones che viene citato nella prima poesia/canzone e si ritrova nella conclusione dell'album.
Nelle note di copertina dell'album si trova un'interessante intervista di Fernanda Pivano a Fabrizio. La stessa Pivano scrisse apposta per l'album anche una pseudo intervista a Edgar Lee Masters.
Le canzoni dell'album sono scritte da De André insieme a Giuseppe Bentivoglio per quanto riguarda i testi e a un giovanissimo Nicola Piovani per le musiche. È il secondo album propriamente "a tema" (oggi diremmo concept-album) di De André, dopo La Buona Novella. Gli arrangiamenti sono fondamentali, alcune delle canzoni di questo album sono tra le poche di De André che non renderebbero se accompagnate solo dalla chitarra. In particolare Un ottico parte come una classica ballata ma poi si apre a suggestioni psichedeliche e a mille voci che si rincorrono.
Proprio a causa degli arrangiamenti tanto sofisticati questi pezzi non venivano eseguiti spesso nei concerti, tant'è vero che nei vari dischi dal vivo di Fabrizio, l'unica canzone di questo album che viene riproposta è Un giudice, che la Premiata Forneria Marconi riarrangiò splendidamente negli storici concerti del 1979.


«Fabrizio ha fatto un lavoro straordinario; lui ha praticamente riscritto queste poesie rendendole attuali, perché quelle di Masters erano legate ai problemi del suo tempo, cioè a molti decenni fa. Lui le ha fatte diventare attuali e naturalmente ha cambiato profondamente quello che era il testo originale; ma io sono contenta dei suoi cambiamenti e mi pare che lui abbia molto migliorato le poesie. Sono molto più belle quelle di Fabrizio, ci tengo a sottolinearlo.
Sia Masters che Fabrizio sono due grandi poeti, tutti e due pacifisti, tutti e due anarchici libertari, tutti e due evocatori di quelli che sono stati i nostri sogni. Poi Fabrizio sarà sempre attuale, è un poeta di una tale levatura che scavalca i secoli.»
(Fernanda Pivano) 3
                                                                                    RIFLESSIONI
Il continuo susseguirsi di idee,  che erano nell'indole di de Andrè, andavano in contrapposizione a diverse classi sociali, lui esprimeva concetti non realizzabili a persone ancora schiave dell'ignoranza .Il dubbio di vedere l'uomo come fulcro dell'universo,dall’ordine ecclesiastico cattolico ,in contrapposizione alla rivoluzione scientifica, che apportò galileo galilei, nel l600 sul sistema eliocentrico. Le teorie copernicane  fecero crollare ciò che per la chiesa era un potere non indifferente, non avendo altro su cui appoggiarsi, l'uomo dava per certo che tutto venisse spiegato come fenomeni divini, senza trovare altre spiegazioni,quindi la chiesa aveva un potere assurdo, che cominciò ha sgretolarsi con galileo galilei. De Andrè vedeva l'uomo, come una rinnovazione da un concetto primordiale della sua più completa infelicità ,dovuta al sistema che privilegiava i più corrotti e disonesti . Una vita spesa ha proteggere un' idea di libertà , che De Andrè lo esprimeva con grande fermezza, nella musica, intesa come vera ricerca di una pace che trova suo compiacimento, nell'uguaglianza ad essere uomini, e non bestie anche se codeste hanno comportamenti più umani.